Recensione

Nicola Gianinazzi

Orth, Ilse; Petzold, Hilarion G.; Sieper, Johanna: Mythen, Macht und Psychotherapie

Therapie als Praxis kritischer Kulturarbeit

AISTHESIS psyche Band 1, Bielefeld, 2014

In co-riflessione con Saul Branca e Ferruccio Marcoli

In apertura

Siamo al terzo giorno dopo gli attentati di Parigi del 13 novembre 2015. In quei giorni ricevo da Peter Schulthess, in occasione di una cena di fine anno, questo nuovo frutto della casa editrice Aisthesis di Bielefeld. Il frutto è maturato più precisamente dai rami della collana psyche voluta a suo tempo oltre che da Petzold anche da Klaus Grawe. Peter è presidente della Charta (transteorica) svizzera per la psicoterapia ed è proprio in questo contesto transteorico che conobbi qualche anno addietro il prof. Petzold, che mi rallegro dunque di leggere e recensire.

Il libro consta di una collazione di articoli, conferenze e interviste in massima parte di Petzold, da lui curati o redatti in collaborazione con gli altri due co-autori, che copre un lasso di tempo che va dal 1994 al 2012.

In quest'opera imponente e ambiziosa trovo da subito la linea portante che mi motiva a tuffarmi nella lettura: la psicoterapia non è scevra da dinamiche interne-esterne di potere che occorre riconoscere, e da questo e per questo, non può esonerarsi dall'assumere la propria dimensione emancipatoria. Il lavoro culturale critico che essa compie dentro e attorno a se stessa risulta e diviene una vera e propria terapia della psicoterapia, o - come avrebbe detto un Freud del nostro tempo più libero di taluni suoi seguaci - un processo di autoanalisi.

Questa attenzione alle psicodinamiche del potere da relativizzare per promuovere processi integrativi, interscuola (schulübergreifend), transteorici o ecumenici dunque, mi sembra irrinunciabile anche per una ri-generazione del dialogo tra società, civiltà e religioni, tra culture e nature, tra tecnologia ed ecologia.

Allora si comprende perché un'opera come questa possa nutrire scientificamente un processo come l'integrazione assimilativa descritta dal Cionini, portata avanti da realtà come la Privat Sigmund Freud Universität o la stessa Charta oppure un processo di accreditamento federale integrale ma interscuola, come quello avviato l'anno scorso dall'Associazione Svizzera degli psicoterapeuti.

Si comprende inoltre anche perché il mio occhio pone la sua attenzione particolare ad un titolo a p. 619 che si riferisce proprio alla cultura "death metal" bersaglio diretto del feroce attentato al Bataclan.

Dalla forma passiamo ora ai contenuti di questo libro:

APrefazioni e introduzioni del 1999, 2013 e 2014 (un centinaio di pagine);

BUna prima parte è dedicata a ideologie e miti in psicoterapia;

CLa seconda alla dimensione del potere;

DUna terza ed ultima parte tratta la critica culturale o delle culture ed il lavoro culturale con i pazienti quale praxis impegnata;

EDue ricchissime bibliografie di cento pagine cadauna.

AIntroduzioni, prefazioni e prolegomena

Dalle prefazioni e introduzioni del 1999, 2013 evinciamo quanto una Vernunft, intesa kantianamente come ragionevolezza e non mera razionalità, possa e debba fondare questa innovativa filosofia, epistemologia, etica e pratica della psicoterapia.

Nelle sue riflessioni critiche Petzold si lascia ispirare da filosofi1 quali Derrida, Foucault, Deleuze, Lévinas, Habermas, Ricoeur, Merleau-Ponty et alia impegnati sull’individuo come sul mondo, sul pensiero come sull’azione anche appunto socio-politica. L’autore ha potuto frequentare le lezioni di diversi fra questi, come di Klaus Grawe, o collaborare con essi a vari livelli.

La psicoterapia è allora un prodotto culturale che genera – ricorsivamente nella relazione terapeuta-paziente, compresa nella sua Korrespondenz – cultura e per questo va criticata anche nei suoi metodi di ricerca nonché nelle sue applicazioni. Solo una ragionevolezza trasversale – inter- e transdisciplinare – può garantire da derive eccessivamente automitologizzanti (come taluni sviluppi presenti nella psicologia freudiana e junghiana) o culturalmente nichiliste come appunto la "death metal".

In queste pagine vige un grande e apprezzato equilibrio nella critica ed autocritica di tutti gli orientamenti psicoterapici: l’analisi, la critica filosofico-culturale (socio-politica), tocca le psicoanalisi come il cognitivismo, le terapie di indirizzo umanistico come la psicoterapia integrativa stessa che gli autori hanno fondato e sviluppato in 40 anni di pratica clinica e formazione (lezioni, supervisioni, ecc.). D’altro canto si entra con forza nella storia politica della nostra professione – intrisa di giochi di potere ed interessi economici – così come si è manifestata particolarmente in Germania.

Ci sono certamente passaggi veementi ma circostanziati dedicati alla psicoanalisi – ortodossa, mainstream e correnti varie – si colpisce però anche la Gestalttherapie e la Sistemica, per certi loro dogmatismi e la loro “pastorale del controllo”, ma anche per l’abitudine contraddittoria a cambiare “dogmi” nel corso dei decenni: una sana democrazia e relativizzazione delle proprie posizioni gioverebbe a tutti. Un esempio fra tutti è la cecità di Freud e dei suoi seguaci rispetto all’analogia tra il dolore traumatico della paterna circoncisione e quello della nascita da una madre.

Anche in questi capitoli di forte critica va però applicato il principio anti-sineddoche enunciato da Petzold in apertura: non deve valere la “pars pro toto”.

BIdeologie e miti

In questa prima parte – dopo un prolegomena-dialogo tra Deleuze e Foucault – si prende più volentieri spunto dai filosofi Lévinas e Habermas, anche nel pensare una relazione terapeutica basata su concetti come partenariato, altruismo (in un’accezione tutt’altro che naïve o buonista, ma filosoficamente ben fondata, p. 557), solidarietà e “azione impegnata” dentro e fuori dal setting vs. eccessiva medicalizzazione e normalizzazione del cliente-paziente. (Interessante per inciso l’attenzione rivolta anche ad una figura come Bion e il suo lavoro con i gruppi terapeutici bellici.)

Si apre questa parte con un graffiante contributo di Ellis su tre miti pseudo-terapeutici per passare all’approfondimento differenziato (partendo da Grawe, ma moderandolo non poco) della necessità di scuole identitarie – sufficientemente sane e autocritiche – all’interno di un contenitore che dovrebbe essere costituito dalla Scienza psicoterapeutica accademica integrata anche nella sua dimensione di Kulturwissenschaft. Un deciso no quindi al modello della “psicoterapia generale” da parte di quella integrativa, ma pure un’attenta analisi degli elementi e delle dinamiche “ecclesiologiche” presenti nelle scuole – direi ovunque gruppi si formano e vivono – già rilevata a suo tempo da Freud. Non si attaccano le religioni, ma le strutture pseudo-religiose spesso non riflesse o nemmeno osservate.

In particolare si pretendono verifiche empiriche per esempio circa talune ancora praticate attività archeologiche sterili nel passato del paziente, dimostratesi appunto poco efficaci, mentre si vorrebbe una maggiore attenzione creativa ed integrativa alle attualizzazioni efficienti: nel setting e al di fuori di esso.

In estrema sintesi Petzold porta avanti invece un discorso (ermeneutico-dialettico-critico) a favore di una Humantherapie (viene coniato a questo riguardo anche il neologismo “ominità”) complessa, multifattoriale e individualizzata – non simpliciter generalizzabile – ma non individualistica, bensì altruisticamente orientata ai campi socioeconomici e politici entro i quali vivono i nostri pazienti. L’attributo human consente – e non sarebbe poco – di superare chiaramente il dualismo messo in campo invece dal termine psyché.

CIdeologia e potere

Questa parte prende avvio invece con un notevole contributo di Paul Parin risultante da un’intervista di Pezold a Parin apparsa nel 1994. In questa intervista dedicata sempre al potere ed alle sue ramificazioni si sottolineano analogie non solo con il potere ecclesiale, ma appunto anche con la genesi della prima Internazionale condotta da Marx stesso.

Se ne derivano le stesse tendenze alla burocratizzazione, alla Normierung ed alla castrazione di creatività e innovazione, senza voler enfatizzare eccessivamente d’altro canto le mode tecnocratiche-mercificanti del momento.

L’osservazione di Parin si rivolge innanzitutto allo sviluppo di élites e caste che controllano l’organizzazione, l’ammissione dei candidati-novizi, la formazione e le – finalmente necessarie – espulsioni, psicopatologizzazioni e anatemizzazioni degli avversari ora eretici.

Petzold inoltre difende – partendo da Platone e sant’Agostino, passando per Macchiavelli fino a Nietzsche, Weber, Marcel e Foucault – il ruolo della filosofia nel nostro campo in quanto non più solo discorso sulla verità, ma molto più diagnosi (!) delle ideologie sull’uomo e sul mondo. Diagnosticare le ideologie psicoterapiche significa individuare dove il potere si cela tra le maglie della concezione di scienza che si ha, nelle opzioni prese nella ricerca e nel ruolo affidato alla stessa, nelle forme della formazione e nel controllo dei controllori (cfr. i temi, imponenti in Germania e attualissimi in Svizzera, del legiferare e accreditare e del loro rapporto con l’autonomia e la creatività-generatività umane).

Sul piano clinico si fa notare per esempio come concetti quali "fase autistica e simbiotica" e "intervento paradossale" – con le tecniche derivanti – sono da considerarsi superati dalla ricerca – partendo da quella storica dello psichiatra Janet – eppure si continua ad adottarli oppure si volta pagina senza mostrare un minimo di auto-relativizzazione.

DCritica, lavoro e impegno culturali

In quest’ultima parte – oltre ai ricchi ed immancabili capitoli di Petzold, per es. uno sui danni iatrogeni – ne appaiono diversi scritti anche in collaborazione con la Sieper e la Orth, dedicati ai temi della mentalizzazione (quale concetto in origine sociologico e culturale, cfr. Moscovici 2001 e Vygotskij 1931) e del “grido infernale” nella scena della musica consumata negli ambienti di destra.

Si apre con un contributo in memoria del filosofo ebreo Emmanuel Lévinas (1906-1995) che prende spunto dalle tematiche dell’intersoggettività, costruzione dell’identità ed etica della responsabilità.

Segue una corposa intervista radiofonica sul “Paziente quale partner” che affronta l’abuso professionale e sessuale in terapia ed esperimenti e proposte di strutture più adeguate per la gestione degli aspetti deontologici e teleologici della nostra professione. Anche qui vale la par condicio: si stigmatizza la regola dell’astinenza a volte applicata in modo cinico-sadica e il concetto di inconscio collettivo traballante di certe scuole psicodinamiche, talune tecniche violente di desensibilizzazione portate avanti in ambito cognitivo-comportamentista, così come i paradossi ancora usati in ambito terapeutico-familiare nella sistemica. Tutti questi errori dell’arte e di trattamento vengono a volte peggiorati ulteriormente da interpretazioni rigide e ideologiche appunto. Le basi scientifiche della critica non possono poggiare che sulla ricerca e la sua ricezione (per es. cfr. Fischer).

Infine viene presentato un corposo saggio (2012) sulla “mentalizzazione dei tempi oscuri”, dove (pp. 401-618) si sviluppano i temi dell’elaborazione cognitivo-affettivo-emozionale degli accadimenti legati al neolitico fino ai nostri giorni: dalla mummia sudtirolese Ötzi, al III Reich, all’ex-Jugoslavia fino all’11 settembre. Si lavora su fonti ricche e varie da Lutero a Hitler per meglio comprendere e analizzare cosa possa portare una massa a credere tanto fortemente e omogeneamente al Mito.

L’approccio è sempre quello bio-psico-socio-ecologico, fondato sulle neuroscienze, la ricerca e l’impegno cultural-politico. In esso si elabora, definisce e descrive un possibile processo secolare melioristico (dal neologismo “Meliorismus”, p. 411) che consenta di accedere ad un Cosmopolitismo il più condiviso possibile, auto- e altruisticamente dialetticamente fondato su valori appunto secolari quali i diritti umani, passando per le famiglie, l’educazione e il dialogo intergenerazionale. Petzold, lo ricordiamo, lavorò come esperto nei processi di riappacificazione per i territori dell’ex-Jugoslavia e in collaborazione con diversi enti per la terza età tedesca.

Questi valori non devono però, per esempio, rinnegare le proprie matrici giudaico-cristiane e occidentali, bensì integrarle laicamente (termine anch’esso ellenico-cristiano) nell’incontro dinamico con l’altro in quanto soggetto pieno: oggi rappresentato primariamente dalla cultura islamica.

Ad esso si affianca un saggio più breve dove partendo dagli ambienti giovanili, dalla loro musica e dal loro consumo virtuale-ludico-cinematografico (dall’horror, al Signore degli anelli e ad Harry Potter) miliardario, si riflette sul valore intersoggettivo e psicoeducativo – quale etica della responsabilità (Lévinas e Jonas) – dell’interiorizzazione da parte degli individui in gruppo e dei gruppi di individui di valori condivisi: questo è il lavoro “agogico” e culturale inter- e intra-personale da compiersi.

Da un punto di vista biologico-evoluzionistico ed etnologico non è più difendibile la tesi secondo la quale l'uomo sarebbe a priori buono ma danneggiato a posteriori da accadimenti-comportamenti traumatici. Infatti proprio la maggior parte di questi eventi sono anch'essi di natura umana. A Freud dobbiamo – dal punto di vista della storia della psicoterapia – il coraggio di considerare l'uomo anche aggressivo e distruttivo in sé e per l'altro. Bataille (1933) seppe però andare anche oltre Freud nella sua analisi della "inter-mente criminale" del fascismo, mentre Jung non avrebbe potuto per una sua ombra filo-destroide ben documentata.

I miti mortiferi, autolesionistici, misantropici e violenti (come nel caso di Allin (USA, 1991) o dei Burzum (Norvegia, 2004)) possono avere una funzione di scarica e trasformazione, ma secondo Petzold, va – sempre in un’ottica neuro-ricorsiva e neuro-plastica – posta attenzione anche alla loro forza attrattiva e e-ducativa distruttiva specialmente per bambini ed adolescenti, ma appunto anche per giovani adulti e adulti. Così si dimostra anche nel contagio rapido e massiccio avvenuto negli USA, ma anche nella scena neonazista tedesca, attraverso la musica di certe band e le azioni di certe gang cariche di tematiche razziste e antisemitiche.

La psicoterapia non può fermarsi alla propria accademicità, ma nella convivialità deve (ri)-scoprire e rafforzare il proprio ruolo di “formatrice culturale e ragionevolmente trasversale dei fondamenti delle coscienze”, dall’infanzia all’età adulta. Essa non può più negare le proprie inalienabili e ineludibili posizioni etiche, tanto più quanto più implicite o appunto inconsce.

L’approccio – in entrambi questi ultimi saggi più recenti – è quello ricorsivo (ri-entrante secondo il modello neuroscientifico) di fenomeni intra- e inter-mentali emergenti dal sostrato cerebrale (cfr. p. 510) e supportati dalla provata neuroplasticità che si esprime non solo in senso patogenico, ma appunto anche in senso salutogenico e socio-agogico.

Un fondamento trascendente a tutto questo potrebbe anche sussistere, ma secondo la preziosa lezione di Kant non potrebbe essere oggetto di un discorso naturalscientifico.

Questa parte si conclude con il “Manifesto del lavoro culturale integrativo 2013” assolutamente attuale proprio anche rispetto ad un dialogo e impegno differenziati e necessari anche in ambito post-cristiano e islamico ermeneutico-moderato.

EBibliografie

A livello bibliografico colpisce l’assenza di qualsiasi bibliografia italiana: si sarebbe potuto per una volta scavalcare le Alpi, ma anche la letteratura nordamericana risulta, proporzionalmente, solo minimamente rappresentata.

Come già accennato in nota, Petzold è assai attento alla letteratura filosofica, ma solo a quella continentale, e non a quella analitica, sarebbe stato interessante integrarli proprio per il carattere “terapeutico” che questi pensatori rivendicano.

In conclusione

Lo stile di scrittura può risultare a volte ridondante e troppo ricco di stranierismi o riferimenti ad altri autori, d’altro canto proprio questi aspetti possono avere un valore didattico e rendere l’opera maggiormente europea. Si sarebbero potute inserire qua e là delle schede riassuntive delle principali tesi o qualche schema sintetico, come ottimamente proposti invece nella terza parte.

Rispetto al grande tema delle religioni e degli elementi religiosi presenti in movimenti e organizzazioni anche atee (per esempio nel Leninismo) e la critica profonda a cui le sottopone l’autore – quale teologo – mi si permetta di sottolineare il fatto che a volte mi pare si perda di vista nella scrittura l’elemento ricorsivo, chiave anche di possibile comprensione di quanto avviene in questi mesi tra Isis e Occidente. Parlare del rapporto tra religioni e potere violento deve partire da una base maggiormente dialettica e complessa secondo la lezione di Morin: come un triangolo con ai rispettivi vertici l’homo sapiens (con la sua carica aggressiva biologicamente determinata) – il cittadino (nel suo eco-contesto socio-politico-organizzativo-economico) – il credente (più o meno ateo). L’atto violento o la repressione e le guerre religiose storicamente testimoniate nascono da questo intreccio, si situano all’interno dell’area del triangolo, mentre in Petzold a volte si tende, in questo ambito, ad orientarsi verso i vertici.

La lettura resta comunque piacevole e stimolante – a volte fortemente influenzata più “da sinistra” che “da destra”, ma questo viene apertamente dichiarato e coerentemente sviluppato - e la consiglio specialmente ai formatori per i seguenti motivi:

lettura storica dello sviluppo della psicoterapia in genere e di quella integrativa in particolare;

contestualizzazione nei relativi panorami socio-culturali, politici ed economici;

la questione del potere e della sua malagestione negli sviluppi teorici e metateorici e nella formazione di una scuola piuttosto che di un’altra;

la questione della trasparenza e autenticità in psicoterapia e nella formazione;

la questione degli errori dell’arte e dei danni in psicoterapia.

Scovare ed esplorare i miti nella psicoterapia – aggiungerei anche nella ricerca e nei processi di qualità della stessa – e nei suoi percorsi formativi, non deve voler dire inizializzare una banale ed altrettanto pseudo-scientifica Entmythologisierung alla Bultmann – elemento qua e là pur velatamente presente in taluni contributi (per es. in quello di Ellis) – che proprio in campi scientifici come quelli teologici ed esegetici si sono dimostrati altrettanto poco fruttuosi.

Quale formatore di un Istituto svizzero italiano psicoanalitico (Fondazione Istituto Ricerche di Gruppo), desidero infine chiudere la mia recensione rafforzando l’idea di Petzold che legislazioni e accreditamenti non debbano soffocare creatività e iniziative private: infatti ritengo il discorso psicoanalitico in cui mi muovo piuttosto sano e resistente a taluni virus diagnosticati dal nostro autore.

L’intenzione è di guardare al futuro e di leggere gli eventi tragici del nostro tempo come quelli del Bataclan di Parigi, come indicatori del tempo incerto (e di una psicologia individuale e di gruppo) che verrà. Si tratta di pensare prospettive di soluzioni in cui la ragione (trasversale) prevalga sulla barbarie (risultante da mitotropismi e mitotrofie eccessive), anziché intervenire essenzialmente a curare i danni causati dall’inclinazione barbara. La psicoterapia del futuro non può sottrarsi a un tale imperativo. Per questo è necessario riconsiderare criticamente i canoni proposti da Bion e valutarne la fertilità e la profonda attualità. Solo per fare due esempi: come è possibile trascurare concetti come “il terrore senza nome” 2 o gli assunti per definire i criteri differenziali tra parte psicotica e parte non psicotica della personalità?

Si ponga ad esempio mente ai quattro fattori che favoriscono la dominanza dell’assetto psicotico 3:

a)gli istinti distruttivi – così preponderanti da intingere di sé anche l’impulso ad amare, il quale si tramuta in sadismo;

b)l’odio verso la realtà, interna ed esterna; un odio esteso a tutto ciò che permette il rilievo di essa;

c)un’angoscia di annientamento imminente;

d)il formarsi di relazioni d’oggetto precoci e precipitose (prime fra tutte quelle di transfert) caratterizzate da una fragilità pari alla tenacia con cui si mantengono.

Non sono forse tratti che contraddistinguono la personalità del terrorista (presente dentro ognuno di noi) al di là dei rimandi a ogni forma di fede religiosa?

Da parte nostra abbiamo da tempo avviato un lavoro di ricerca sulla terapia di gruppo di impronta bioniana (comme suggerito a p. 53), nella quale viene recepito e approfondito in modo innovativo – anche da un punto di vista filosofico e linguistico – la determinante e fondante differenza tra “essere un genitore” e “rappresentare un genitore” per i nostri pazienti, cercando di adattare il setting alle esigenze dei nostri tempi così da vitalizzare questa potente metafora. Infatti in questa differenziazione tra realtà e metafora – quest’ultima sottolineata da Petzold col termine “simili” – si cela quella tra parte psicotica e parte non psicotica della personalità. Anziché favorire lo sviluppo barbaro della prima (pervasa da senso di onnipotenza e di onniscienza), ci siamo chiesti come rinforzare l’evoluzione tendente alla ragione della seconda.

In questo senso stiamo inoltre svolgendo un’originale pratica terapeutica (che impegna soggettivamente tutti gli operatori dell’Istituto) con la quale – attraverso una rilettura contemporanea dell’edipo freudiano – si cerca di identificare quello che ci sembra essere il nucleo centrale della conflittualità psichica inter- e intra-soggettiva del nostro tempo, e che riconduciamo alla tensione fra modalità di simbolizzazione che riconoscono il limite e altre che tendono ad eluderlo, attraverso agiti o assetti onnipotenti. Sul piano della fantasmatizzazione intrapsichica e intersoggettiva, questa capacità di riconoscimento del limite trova una sua figurazione nella costruzione di quella che definiamo la “coppia genitoriale interna” e che ci appare come la risultante di un processo di maturazione che concepisce – e qui il debito con la psicoanalisi freudiana è evidente – l’edipo come punto di massimo sviluppo della mente umana. Compito della terapia nell’età contemporanea – che ci pare dominata dalla figura di Narciso più che da quella di Edipo – non può più essere il superamento dell’Edipo, ma la sua costruzione.

Chissà che questo proficuo dialogo Nord-Sud – triangolando un poco con quel pensiero anglosassone analitico che abbiamo segnalato mancante – possa continuare anche in altre forme in futuro.

Corrispondenza

Nicola Gianinazzi è psicoterapeuta psicoanalitico indipendente e formatore presso l’Istituto Ricerche di Gruppo, a Lugano (Ticino-Svizzera) e attivo nella politica professionale in collaborazione con l’Associazione Svizzera degli Psicoterapeuti (ASP).

nicola.gianinazzi@gmail.com


1 Qui si può accennare al fatto che i referenti filosofici di Petzold sono di area prettamente “continentale” e non analitica anglo-nordamericana. Questo ha senz’altro un suo interesse in quanto l’opposizione analitici-continentali ripropone sul terreno filosofico quella psicoterapeutica fra cognitivisti e psicodinamici.

2 W.R. Bion, Analisi degli schizofrenici e metodo psicoanalitico - Una teoria del pensiero, Roma 1988: cap. VIII, § 104, p. 178.

3 ibidem, p. 75.